La vitamina D aiuta a combattere meglio il Covid-19 e ne riduce il tasso di morte? Ne è convinto il governo inglese, che a partire dal prossimo mese la distribuirà a oltre 2 milioni di persone ritenute “clinicamente fragili” e ospitate nelle case di cura del Paese.

Il Regno Unito, che è tornato in lockdown meno di una settimana fa, registra ad oggi oltre 1 milione di casi e quasi 49mila morti.

La mossa inglese segue un’iniziativa analoga del governo scozzese e ha trovato tra i primi fautori il ministro della Salute Matt Hancock, secondo il quale starebbero emergendo evidenze sul collegamento tra assunzione di vitamina D e minor rischio di morte per Covid-19. Il premierBoris Johnson ha detto: “stiamo guardando ai possibili benefici della vitamina D e presto riferiremo in Parlamento”.

A quanto pare alcuni studi, in primis quello del gruppo di ricercatori guidato da Gareth David, avrebbero già evidenziato la correlazione tra bassi livelli di vitamina D e rischio di morte per coronavirus. Studi incoraggianti, a seguito dei quali diversi scienziati hanno chiesto al governo inglese di aggiungere la vitamina D ai cibi base dell’alimentazione della popolazione, quali pane e latte.

La vitamina D, che aiuta il corpo a mantenere corretti livelli di calcio e di fosfati, preservando le ossa, i denti e i muscoli, viene prodotta naturalmente dall’organismo durante l’esposizione al sole e si può trovare in cibi quali salmone, tonno, pesce spada, ma anche tuorli delle uova, latte, funghi e persino cioccolato fondente.

Un alleato importante a difesa della salute, del quale però non bisogna abusare, perché un’assunzione eccessiva può causare disturbi quali mal di testa, vomito, contrazioni muscolari e nei casi più gravi anche formazione di calcoli.

Anche uno studio spagnolo aveva evidenziato la carenza di vitamina D come fattore di rischio di sintomi gravi legati al Covid, osservando come oltre l’80% dei pazienti ricoverati per il virus avesse  livelli pericolosamente bassi di vitamina D.

Un ulteriore studio condotto dall’Università di Chicago e pubblicato sul Journal of American Medical Association Network Open era arrivato a conclusioni simili: le persone con bassi livelli di vitamina D potrebbero avere fino al 60 per cento di probabilità in più di risultare positive al coronavirus. “La vitamina D svolge un ruolo importante nel sistema immunitario”, ha spiegato il professor Meltzer. “Saranno necessari test clinici per dimostrare questi risultati, ma secondo i nostri dati la vitamina D, pur non rappresentando una garanzia come protezione dal coronavirus, sembra essere collegata a una minore probabilità di infezione in forma grave”.


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